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Blog per lo
sbertucciamento
del comunismo
13 ottobre 2007
PREMI IGNOBEL

 
Profilo n. 1
E’ grassoccia e ama indossare vestiti improbabili, tanto che un paio di mesi fa le hanno negato l’ingresso a un hotel, scambiandola per una barbona.
Ha conquistato la ribalta mediatica nel 1983, quando uscì la sua autobiografia – presto diventata un best seller internazionale –, in cui la signora racconta l’oppressione subita dagli indios del Guatemala, etnia di cui lei stessa fa parte.
Peccato fossero tutte balle. L’antropologo americano David Stoll, al termine di dieci anni di studi, ha denunciato gli imbrogli della stracciona in pectore.
Lei, per esempio, sostiene che malefici feudatari le sottrassero la terra che coltivava per vivere, e su quest’accusa costruisce l’ossatura del suo libro; invece la questione dei campi era tutta una faida familiare, che contrapponeva zii e cugini e nipoti per il controllo delle coltivazioni.
Lei racconta che un fratello le sarebbe morto per fame, un altro bruciato vivo dai soldati, un altro scomparso misteriosamente nel nulla; in realtà il primo non è mai esistito, il secondo è defunto in circostanze del tutto diverse, il terzo vive ancora in quell’angolo di Guatemala dove la signora ambienta le sue favole.
Lei rivendica con un certo orgoglio di non aver mai potuto andare a scuola; invece è assodato che la bugiardona frequentò ben due istituti cattolici privati, dove ha imparato a leggere e a scrivere e a parlare spagnolo. E poiché dedicava tutto questo tempo ai libri, non è vero che entrò in un’organizzazione politica clandestina, come si vanta lei, e ancor meno che lavorava per otto mesi all’anno in piantagioni di caffè e cotone.
“Il suo libro è una bugia dietro l’altra, e lei lo sa”, ha dichiarato Alfonso Rivera, uno dei pochissimi connazionali della signora ad averne letto l’opera, che in Guatemala ha avuto limitata circolazione.
Ma proprio grazie a quell’autobiografia, nel 1992 la Pinocchietta ha ricevuto il premio Nobel per la Pace.

Profilo n. 2
Diceva di essere nato a Gerusalemme, la città che i palestinesi vorrebbero come capitale del proprio Stato, ma in realtà ha visto la luce al Cairo, il 24 agosto 1929.
Si faceva chiamare “il rais”.
A 17 anni inizia a contrabbandare armi, a 19 combatte nella striscia di Gaza, a 21 rimane affascinato dalle teorie di Haj Amin al Husseini, meglio noto come il Muftì di Gerusalemme, pensatore religioso che proponeva di annientare gli ebrei adottando la “soluzione finale” di hitleriana memoria.
Nel 1958 fonda
Fatah, che alla lettera significa “vittoria attraverso il jihad”, per dare un braccio armato alla riscossa palestinese.
Nel ’69, dopo alcuni anni da guerrigliero, viene nominato presidente dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, un insieme di gruppi armati coi quali il nostro progetta di costituire uno “Stato nello Stato” in Giordania, da cui colpire Israele, grazie anche agli aiuti di Siria e Unione Sovietica. Ma i giordani insorgono – è il “Settembre nero” – e scacciano i fedayn dalle loro terre.
Nel ’72 un commando di terroristi palestinesi prende in ostaggio undici atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco: il rais li condanna a parole, ma nei fatti è stato lui a manovrare i rivoltosi.
Il 13 settembre 1974 interviene all’Onu e compie un gesto plateale: solleva con una mano un ramoscello di ulivo e con l’altra la fondina di una pistola. E dice: “Non lasciate cadere il ramoscello di ulivo dalle mie mani”.
In realtà, come ben dimostrano anche le sue prodezze di gioventù, la guerra gli piace eccome.
Nel ’75 fomenta il conflitto civile in Libano per introdurre in quel Paese i propri miliziani, e realizzare ciò che non gli era riuscito in Giordania. Lo spalleggiano Cuba e i Paesi del patto di Varsavia, tanto che l’attività dei fedayn diventa un mito per i terroristi marxisti-leninisti di tutto il mondo, dall’Armata rossa giapponese alla Raf tedesca alle Brigate rosse italiane: tutti accorrono verso Beirut, e ne ritornano carichi di fucili e di buoni consigli per l’eversione armata.
Intanto, alla Casa Bianca è arrivato Jimmy Carter, e il presidente sovietico Breznev vi vede le condizioni per realizzare il grande sogno del rais: il riconoscimento di uno Stato palestinese autonomo. Messo al corrente della prospettiva – è il 1978 –, il leader dei fedayn rifiuta e svela le sue reali intenzioni: “Noi siamo una rivoluzione, siamo nati come una rivoluzione e dobbiamo restarlo. I palestinesi non hanno la tradizione, l’unità e la disciplina per diventare un vero Stato”.
Fedele alla sua dichiarazione d’intenti, il nostro sposa le cause terroristiche di mezzo mondo, compreso l’assalto dei guerriglieri palestinesi alla nave Achille Lauro, il 17 ottobre 1985. Come negoziatore, viene inviato in Italia il responsabile del Fronte per la liberazione della Palestina, Abul Abbas. La trattativa va in porto con successo: per forza, Abbas è il capo dei terroristi.
Poi, nel ’91, il rais appoggia Saddam Hussein nella guerra del Golfo, sdebitandosi così per i lauti finanziamenti ricevuti dal dittatore iracheno quattro anni prima, in occasione dell’Intifada scatenata dai musulmani a Gaza e in Cisgiordania.
Nel luglio 2000, secondo il solito copione, il nostro rifiuta clamorosamente l’offerta del primo ministro israeliano Ehud Barak: uno Stato palestinese situato proprio nei luoghi dell’Intifada, con un limitato ritorno dei profughi e compensazioni in denaro per gli altri. Niente da fare. Anzi, da quel momento in poi il rais promuove le Brigate dei martiri di Al Aqsa, per fare concorrenza alle azioni suicide di Hamas contro Israele.
Intanto l’intransigente leader si è arricchito enormemente, dispone di 3 miliardi di dollari sparsi nelle banche di mezzo pianeta.
Buona parte di quel denaro gli viene da sovvenzioni dei Paesi del mondo libero, che il furbacchione usa intascarsi al posto di metterle al servizio della pace. Così, per esempio, all’Autorità nazionale palestinese sono stati sottratti almeno 900 milioni di dollari, che secondo il Fondo monetario internazionale sono finiti dritti dritti su conto privato.
Mentre si sollazza in straordinarie ricchezze fingendo una vita spartana, il nostro rilascia dichiarazioni di questo tipo: “Facciamo in modo che in Palestina tutto collassi, così il fallimento peserà sulle spalle degli israeliani e degli americani” (febbraio 2004); oppure: “Bisogna impegnare tutta la nostra forza per terrorizzare il nemico” (15 maggio 2004).
E’ lo stesso uomo che dieci anni prima era stato insignito del premio Nobel per la Pace.

Notazioni a margine
Al Gore e l’Ipcc saranno pure dei cialtroni da primato, ma se non altro si inseriscono in un’onorata tradizione.



permalink | inviato da siro il 13/10/2007 alle 20:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (204) | Versione per la stampa
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